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Aprile, prestami tre giorni!

 In Sicilia, molti anni fa, esisteva una vecchina che non intendeva morire. Si chiamava Maruzza, aveva centodieci anni ed era arzilla, simpatica e allegra.
La leggenda racconta che giocava a gara con il tempo e sosteneva di essere più furba di lui. Ogni tanto, guardandosi allo specchio, vedeva il proprio viso ancora bello, ma con tante rughe e diceva: “Tempo vigliaccu, nenti puoi contro di mia, io sugnu chiù scartra di tia!”
Il Tempo rispondeva: “ Lasciami fare vecchia e vedrai che prima o poi morire dovrai”.
Sempre in buona salute, Maruzza mangiava poco e beveva l’acqua pura della fonte del suo paese. Era circondata dall’affetto dei suoi undici figli, venticinque nipoti e trentadue pronipoti. Viveva però da sola nella sua antica casetta e non aveva bisogno di alcun aiuto.
Se ne stava spesso al sole e all’aria aperta, faceva ogni giorno lunghe passeggiate e arrivava sino alla campagna, dove crescevano la cicoria, i giri selvatici, la bietola fresca. Li raccoglieva e ne mangiava sempre un po’, senza mai cibarsi di carne o di pesce. Ogni tanto mangiava la ricotta del capraio o le uova delle galline che razzolavano nell’aia di comare Concettina.
La sera si coricava presto e, il mattino, si alzava al canto del gallo.
Da giovane, Maruzza era stata innamorata di un carrettiere che la ricambiava di cuore. Questi, per sfamare i suoi numerosi fratelli, trasportava, con il carretto, vino di contrabbando. Una volta era stato sorpreso dai carabinieri e arrestato. Aveva dunque scontato qualche anno di carcere. Per questo motivo, Maruzza non aveva potuto sposare il suo innamorato, ma soprattutto perché era più giovane di lei e, a quei tempi nei paesi della Sicilia, era assurdo che la moglie avesse più anni del marito.
Da allora, Maruzza era divenuta acerrima nemica del tempo.
Aveva invece sposato compare Baldassarre che possedeva molta terra e, con lui, aveva procreato i suoi numerosi figli. Poi il marito, per un brutto male, era tornato al Creatore dopo la nascita dell’undicesimo figlio.
La leggenda racconta che anche il carrettiere nel frattempo si era sposato, aveva avuto quattro figli e, inaspettatamente, era rimasto vedevo. Allora Maruzza poté realizzare i suoi sogni e lo sposò. I figli di entrambi lavorarono nelle terre che lei aveva ereditato.
Un giorno però, il Tempo le giocò un brutto scherzo e le portò via anche il suo grande amore.
“Picchì?” gridava la vecchia, disperandosi “Picchì Tempo vigliaccu tu pigghiasti? Picchì? Picchì? Ora vedrai che nenti puoi contro di mia, io sugnu chiù scartra di tia!”
Era così arrivata ai centodieci anni, impegnandosi strenuamente a sconfiggere il Tempo e a non lasciarsi vincere da malanni vari.
Quando avvertiva qualche dolore o malore, si autoconvinceva di essere immortale e che poteva continuare a vivere.
La leggenda dice che quando compì centoundici anni, il Tempo le inviò un primo campanello d’allarme e Maruzza si sentì male in mezzo alla piazza del paese. Era precisamente il 31 di Marzo, ma lei cominciò a ripetere la cantilena: “Tempo vigliaccu, nenti puoi contro di mia, io sugnu chiù scartra di tia!”  
Questo le rispose: “Lasciami fare vecchia e vedrai che prima o poi morire dovrai!”
Il Tempo chiese aiuto a un suo alleato che era precisamente il mese di Marzo e questi si rivolse al mese di Aprile dicendo: “Aprile, prestami tre giorni!”
Così nei tre giorni successivi, Aprile fu freddo, mutevole e pazzo come Marzo, la pioggia e il vento furono incessanti.
Ancora oggi spesso, i primi giorni di Aprile sono freddissimi.
Maruzza fu colta da una broncopolmonite fulminante allo scadere del terzo giorno. Era esattamente il 3 di Aprile e il Tempo rideva di lei: “Lasciami fare vecchia e vedrai che prima o poi morire dovrai!”
Infatti, mentre Maruzza spirava, la udirono sussurrare: “Vincisti Tempo vigliaccu, accussì sia, fusti chiù scartro di mia!”
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